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1978, gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano

Area (1978) - Ascolto - Warner Music


Lato A:

Il bandito del deserto (Stratos) (3,13)

Interno con figure e luci (Fariselli/Stratos) (4,07)

Return from Workuta (Stratos) (3,02)

Guardati dal mese vicino all'aprile (Stratos) (5,12)

Hommage à Violette Nozières (Stratos) (3,18)


Lato B:

Ici on dance! (Stratos) (3,27)

Acrostico in memoria di Laio (Fariselli) (6,12)

"fff" (festa, farina e forca) (Capiozzo, Fariselli, Tavolazzi) (3,49)

Vodka-Cola (Fariselli/Stratos/Capiozzo/Tavolazzi) (7,27)

 


Testi: Demetrio Stratos

[Liberamente tratti da:

Il bandito del deserto (da una qasida di Shànfara nella redazione di Francesco Gabrieli). Hommage à Violette Nozières (da un passo di Breton citato in Dupuis, Controstoria del surrealismo, Roma, 1978).

Ici on dance! Da Breton-Eluard, L'immacolata concezione).

Acrostico in memoria di Laio (da Jacques Lacan, Sulla teoria del simbolismo di Ernest Jones (1959) e Funzione e campo della parola e del linguaggio (1953) in Scritti, Torino, 1974].


Produzione e arrangiamenti: Area


Cover: Studio Lapis

Fotografie: Cesare Monti

Registrato e missato nel mese di aprile del 1978 presso gli studi "Sciascia Sound", Rozzano

Sound engineer: Allan "Beep" Goldberg.

 

Ares Tavolazzi: contrabbasso, basso elettrico, trombone

Patrizio Fariselli: Pianoforte, tastiere, organo positivo del 600

Demetrio Stratos: voce, organo Hammond, pianoforte, tastiere

Giulio Caprozzo: batteria

Fernanda Paloma Pawìnsquaw: il cane



Guardati dal mese vicino all'aprile


Dieci anni d'indebite euforie. Adesso che l'"année terrible" è lontano tutte le celebrazioni sono possibili. Ma l'amore o l'odio che lo circonda sono (ai nostri occhi) sospetti. 1968: il tramonto tragico di tutte le rivoluzioni impossibili ha sciolto l'ultimo abbraccio dei rivoluzionari/amanti, un'epoca si è chiusa per sempre. Ma perché, allora, tutti si ostinano ad affermare il contrario?
Guardati dal mese vicino all'aprile, dicono i contadini del meridione d'Italia che hanno imparato a temere i rovesci improvvisi di marzo. Guardati, compagno, dal mese di maggio, noi non siamo più gli eredi di nessuno, bisogna ricominciare tutto da capo!



Hommage à Violette Nozières


So che se fossi pazzo e dopo internato

approfitterei di un momento di lucidità.

Lasciate il mio delirio mio unico martirio

che faccia fuori meglio un dottore, si un dottore.

Credo ci guadagnerei come gli agitati

in cella finalmente, lasciato in pace

tutto tace.


"Voici enfin dévoilée par un autre elle-même inviolable la personalité inconnue de Violette Noziéres meurtriére comme on est peintre."

(Ecco finalmente svelata da un'altra se stessa /inviolabile /la personalità sconosciuta /poetica /di Violette Noziéres assassina come /uno è pittore.)

Così scriveva Guy Rosey (1) su la Revolution Surréaliste (1933) a sostegno di un'affermazione di André Masson: "Bisogna farsi un'idea fisica della Rivoluzione", rimarcando il tema della rivolta, tanto caro ai surrealisti, da volerlo ravvisare emblematicamente anche in questo clamoroso fatto di cronaca che vide appunto la Noziéres nella parte funesta dell'assassina. Un piccolo libro di poesie uscito nello stesso anno a Bruxelles per le edizioni di Nicolas Flamel, dedicato a Violette Noziéres, con testi di Breton, Eluard, René Char, Dalì, Max Ernst e Giacometti, ratifica questa difesa della parricida contro le sue "vittime", un gesto, a ben guardare, ancora più clamoroso dell'episodio criminale in sé.

Se è vero che, al contrario dei preti, degli studenti e dei poliziotti, la donna è l'essere più universalmente adulato, allora c'è ancora tempo per difendere l'eroe negativo dai suoi interessati recuperatori, scrive Breton (2): "Devant ton sexe ailé comme une fleur des Catacombes / étudiants viellards journalistes pourris faux révolutionnaires / pretres juges / Avocat branlants / Ils savent bien que toute hiérarchie finit là".
(Davanti al tuo sesso alato come un fiore delle Catacombe / Studenti vegliardi giornalisti venduti falsi rivoluzionari / preti giudici / Avvocati traballanti / San bene che là ogni gerarchia finisce).

note:
1) J.F. Dupuis (Raoul Vaneigem), Controstoria del surrealismo, Roma, 1978. p.56
2) André Breton, Poesie, Torino 1977. p.89



Interno con figure e luci


(Alla maniera di Nietzsche) Ciò che abbiamo perso suonando, ecco ciò che cercavamo! Di tutto questo non restano che figure e luci, ombre e maschere.

L'insuccesso della meraviglia. Il titolo del pezzo è quello anonimo di molta pittura del secolo scorso, perchè qui l'alchimia ha compiuto il suo corso. Abbiamo avvertito che un'inezia lo distinguerà per sempre. Questa sensazione, o questa illusione (come preferite) rivendica la sua normalità perchè QUI noi siamo normali fino all'eccesso. Fino alla voluttà d'immaginare una celebrità senza pubblico. Interno con figure e luci, questo è il rovescio della medaglia. Sul diritto, in esterno, brilla lo spettacolo con le sue star.



Return from Workuta


Ritorno da Workuta, da un siblag - il campo di lavoro correzionale - ritorno da un Oserlag, nel distretto di Taischet sul lago di Baikal, ritorno da Magadan, Kolyma, dalle miniere di Peciora... Ritorno da un buco nero della storia del comunismo bolscevico... C'è mancato poco che la scintilla -"iskra" - si spegnesse, scrive Lenin, piangendo.

Ritorno da Workuta seduto sul bordo duro di una panca, fra passeggeri ubriachi di sonno e di vodka, immersi nel tanfo dei parascha (1). Ritorno da Workuta, passando per lo smistamento di Potma e il controllo del Gulag (2). Qualcuno mangia del kulitsch (3), qualcun'altro accende da uno stoppino fumante una papyrossy fatta a mano di forte machorka (4). Gira del tschefir (5), altri, lentamente, pescano con le dita scure da coni di carta semi di girasole comprati a Ukhta, l'ultima stazione. Ritorno da un paradosso della storia che svuota di senso la collera morale del "manifesto" del '48.


note:


1) Termine della malavita russa. E' un nome di ragazza, indica il bugliolo. Con questo termine vengono anche indicate le chiacchiere che girano nei campi.


2) "Amministrazione Centrale dei Campi di Concentramento".


3) Pane pasquale russo.


4) E' un tipico tabacco russo tagliato molto grosso.


5) Tè fortissimo.




Il bandito del deserto


Parto al mattino


Vento e destino


Sciacallo grigio argento

dai magri fianchi


Sappi che io son l'uomo della Leina


Rivesto l'armatura sul cuore della iena



Ora sono in povertà


Ora in ricchezza


Desiderio, paura, libertà


Bisogno di chiarezza


Nella polvere un rifugio

ripara dall'offesa


un ritiro per chi teme


il nemico e la resa.


Shànfara, poeta e bandito dell'Arabia pagana, il suo François Villon del deserto, di cui come reliquie ci restano pochi versi, un'ottantina in tutto, è l'autore della "qasida" da cui abbiamo liberamente tratto le parole di questo pezzo. Una "qasida" che canta la libertà, la rivolta e la vita nomadica. Shànfara visse alcuni decenni precedenti la missione profetica di Maometto, visse una vita raminga e avventurosa nello Higiàz meridionale e nello Yemen, e su di lui fiorirono moltissime leggende, come questa. Respinto dalla tribù a cui si era aggregato fece voto di uccidere cento dei suoi antichi compagni. Ne uccise novantanove prima di cadere sopraffatto in una imboscata, ma nel suo teschio abbandonato e disseccato al sole inciampò e si ferì a morte un centesimo nemico, compiendosi così il suo voto. Shànfara è il poeta della solitudine disperata, dell'ethos della rivolta, degli scenari desertici sui quali si muovono branchi di sciacalli affamati, lo stormo degli uccelli qata che in formazione serrata cercano una pozza d'acqua, i sinistri fruscii degli animali da preda e dei demoni funesti.



Ici on dance!


Prendi la terza via a destra


poi la prima a sinistra


Arriva in piazza giri al caffè che sai, che sai



Prendi la prima a sinistra


poi la terza strada a destra


Butta la statua giù 
e resta giù, resta giù


"Ici on dance!" Un cartello con questa scritta una mano ignota pose sui resti della Bastiglia il 14 luglio 1780, primo anniversario della sua presa. Si ballò nelle strade quella notte a Parigi e una grande fête de la Fédération fu allestita sul campo di Marte. Cinquantamila federati e più di mezzo milione di cittadini si ritrovarono per quelle piazze e per quei giardini che il vento della rivolta aveva spazzato dalle macerie del vecchio ordine. Al Museo Carnavalet di Parigi una tela anonima d'ispirazione popolare rievoca questa grande kermesse rivoluzionaria fissando l'attimo del giuramento di La Fayette durante la "messa" (oggi diremmo la contromessa) celebrata da Talleyrand, "vescovo d'Autunno" sull'altare della Patria. Ici on dance! Per chi fa le rivoluzioni a metà la polvere della storia si mescola spesso con la cipria della trousse: tutto si perverte in souvenir!



Acrostico in memoria di Laio


Fallo alato...

Parapilla

Fantasma inconscio dell'impossibilità

del desiderio maschile

tesoro in cui si esaurisce

l'impotenza infinita della donna


questo membro perduto per sempre

da tutti coloro (Osiride, Adone, Orfeo)

di cui l'ambigua tenerezza della dea madre

deve radunare il corpo frammentato.


Sappiamo infatti quale devastazione

possa provocare una figliazione falsificata

quando la costrizione dell'ambiente

si adopera per sostenerne la menzogna

che possono non essere minori

nel caso in cui, sposando un uomo

la madre della donna da cui ha avuto un figlio,

questi avrà per fratello un bambino,

fratello di sua madre.



Ma se in seguito, e il caso non è inventato,

egli viene...

dalla famiglia compassionevole di una figlia,

nata da un precedente matrimonio del padre

si troverà ancora una volta

fratellastro della nuova madre

e si può immaginare la complessità dei sentimenti

con cui aspetterà le nascita di un bambino

che sarà nello stesso tempo

suo fratello e suo nipote.

In questa situazione ripetuta punisci i tuoi genitori.


Un bambino nato tardi da un secondo matrimonio,

la cui giovane madre si trova ad avere

gli stessi anni di un fratello maggiore

e si sa che questo era il caso di Freud.



Perchè un acrostico? Perchè Laio? Qui vogliamo tacere quello che la trama di questo pezzo mostra contro ogni evidenza: il nome di Edipo, suo figlio.

Come Laio una generazione di sconfitti ha esposto i suoi figli alla furia delle belve, all'ira della storia, alle lusinghe dello spettacolo. Come Laio, futili motivi hanno portato allo scontro, ma la Sfinge, che dopo la morte del padre dovrebbe porre le domande fatali, non gioca più da tempo in modo leale con gli abitanti di Tebe, con i cittadini della "cosmopoli capitale", perchè il dominio ha compreso che le risposte sono meno pericolose delle domande, che non le leggi della morale ma quelle della geometria dominano i rapporti tra padri e figli proteggendoli dalle intemperie dell'incesto e dalle liti testamentarie. Nello spazio del desiderio non è forse la funzione della parola che determina la direzione delle pulsioni? Dirottandole, qualche volta, nel sacrilegio della "più grande scoperta poetica della fine del XIX secolo" come scrivevano i surrealisti dell'Isteria. Come allora non vedere nella nostra citazione di Lacan una continuità con quel lontano 1878, una continuità con lo spazio, al tempo comico e tragico, di quei padiglioni dell'ospedale Salpêtrière che videro lo "studente" Freud? Quando Aragon e Breton celebrarono i suoi cinquant'anni in un giustamente celebre manifesto scrissero: "Noi affermiamo una nuova definizione dell'isteria, come di uno stato mentale caratterizzato dalla sovversione dei rapporti tra il soggetto e il mondo... come di un supremo mezzo di espressione."


Da sinistra: Ares Tavolazzi, Patrizio Fariselli, Allan Goldberg, Demetrio Stratos, Giulio Capiozzo

Vodka Cola



(Some pages from a Report of the Trilateral Task Force on 
costructive Trilateral-Communist cooperation on Global Problems. 
Confidential.)

 

Tutti conoscono Amin Dada, presidente e imperatore dell'uganda. Nessuno conosce il nome del presidente della Nippon Steel che produce più acciaio di quanto ne produca l'Italia e la Francia messe assieme.

Questa storia è sospetta!

Wodka e Cola stanno per spartirsi il mondo sulla nostra pelle, dobbiamo imparare a dire di no.

Questo cocktail non lo vogliamo bere. Ne, tantomeno, condire la nostra musica con la salsa cilena. Qui non vogliamo prendere una posizione, ma fare una constatazione, e questo vogliamo dirlo.

Il pregio dell'umorismo non ci è familiare, sappiate dunque riconoscere la smorfia che ci attraversa il viso: ascoltare musica può essere divertente a patto che qualche volta sia imbarazzante.



"fff" (festa, farina e forca)

 

Festa, farina e forca sono le cinghie di trasmissione della "macchina spettacolo". Forme egemonoche di ogni dominazione che si pretende democratica e insieme suo rovesciamento. La festa è uno strumento della politica, come la farina e la forca lo sono della persuasione. Insieme, dividono il mondo del lecito dallo spazio labirintico dell'avventura. Per lo spettatore avido la musica - nella sua apparenza - è soprattutto l'avanguardia del Carnevale. Ma il Carnevale è ben altro, è il tempo della diversità, come scrive Alessandro Fontana, fatta festa, della liberazione ludica, del timore fatto spettacolo. Ed è anche drammaticamente il suo contrario.

Dal combattimento fra Carnevale e Quaresima di Brueghel il Vecchio, a Wight, a Woodstock, ai Lambri Italiani, passando per la manzoniana storia della colonna infame, la festa tenta disperatamente di aprirsi uno spazio a cui può solo alludere, uno spazio confuso e sempre immaginario che non può fare suo: lo spazio della scena reale. Lo spazio politico del sociale. Lo spazio del personale. Ecco, siamo su questo palco e suoniamo per voi, ma facciamo nostro il grido di avvertimento di Rousseau nella Lettre a D'Alambert: "No, non sono queste le feste del popolo... il popolo deve essere lo spettatore di se stesso, deve essere attore e vedersi e amarsi negli altri..."